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Giovedì 20 marzo ore 20,00 – Galleria NEON CAMPOBASE - via Zanardi 2/5 Bologna

Andrea Rossetti

L’ANIMA E’ SUPPOSTA MA SI PRENDE PER VIA ORALE

serata d’attore

Proiezioni:

“MORTE CIVILE DI UN ANARCHICO” (Italia, video-teatro, 2008), di e con Andrea Rossetti.

“AMLETO, VICEVERSA” (Italia, video-teatro, 2008), di e con Andrea Rossetti.

“IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI” (Italia, videoclip, 2008), una risposta a Isabella Santacroce.

“PINOCCHIO” (Italia, commedia, 2007), scritto, diretto e interpretato da Andrea Rossetti. Con Elena Casini, Jacopo Zamboni, Alessandro Ansuini, Antonio Koch, Enrico Masi, Fabrizio Masina, Francesco Finotti, Alessio Bartolacelli.

Recital dal vivo:

“LA BALLATA DELLE MADRI: OMAGGIO A PIER PAOLO PASOLINI”, con Andrea Rossetti. Accompagnamento musicale dal vivo di Enrico Masi.

“Il mio è un teatro inusitato, fatto per dare corpo, nell’atto scenico, alla messa in opera della poesia. Lo chiamo “lettura di scena” – o nouvelle tragédie o reading theatre – ed è al tempo stesso antiteatro, inteso come teatro di prosa di Stato fatto da interpreti statali, cioè “stabili”, e finanziato dai ministeriali dello spettacolo e del turismo (come se ci fosse differenza), e antipoesia, laddove per poesia s’intende la lirica, quella delle anime belle, dei “soggetti” impoltroniti ad aspettar l’aurora in preda al loro commovente, e per questo universale (dicono), delirio di grafomani.
La lettura di scena è poesia nel suo farsi teatrale ed è appunto prima di tutto lettura, cioè misurazione (i versi per gli antichi si misuravano in “piedi”) non mnemonica (lo sforzo di memoria è un inganno ginnico dell’interprete, giammai dell’attore, posto a servizio del testo, con tanto di costume verosimile e quindi servile) del luogo invisibile dell’apparire di un altrimenti mancante.
La lettura di scena è liturgia del poetico, condivisione tra attore e pubblico senza possibilità di repliche (anche quello di “replica” è un concetto da teatro per ragionieri, come se sul palcoscenico potesse mai avvenire qualcosa di definitivo e quindi riproducibile) di quel quid fondamentale che è proprio della poesia e che nessuno ha mai potuto scrivere. Nulla di fondamentale, infatti, può essere scritto, detto o rappresentato perché il linguaggio, come spiegò il professor Heidegger, non lo comprende: la poesia come evento dell’essere, quindi, è ciò che non si scrive, che non si dice e che non si rappresenta e la lettura di scena è appunto questo “miracoloso” teatro dell’impossibile.
Le letture di scena sono dunque i con-testi teatrali di un’assenza; esse circoscrivono un vuoto e un silenzio che, però, proprio perché così minuziosamente misurati e delimitati finiscono per essere a modo loro avvenimenti (e un avvenimento non è necessariamente una presenza, anzi).
Come nei miei lavori di arte visiva ho portato avanti una ricerca finalizzata alla sparizione dell’immagine (ma non del suo significato) , in teatro perseguo la fine della rappresentazione (ma non del suo senso).”

Andrea Rossetti

“Rossetti è l’ ultimo cultore di una totalità espressiva che pare rimandare addirittura a modelli rinascimentali…”

Stefano Giovanardi (“La Repubblica”)

neon>campobase
via Zanardi 2/5 40131 Bologna
tel e fax +39 051 5877068
e-mail: info@neoncampobase.com

Ora IL MANIFESTO DEI PERFIDI NINFETTI è anche un video, con un omaggio digitale a Bob Dylan, qui:

http://it.youtube.com/watch?v=jyYBuQzUwKQ

The Quaker, un uomo-cimitero che fu una poesia

L’allegria si addice a un cimitero più di ogni altra qualità conosciuta. Dico allegria, e non riso, sia chiaro: il riso sta al pianto come l’allegria sta alla tristezza. Sgomberato il campo da ogni equivoco esistentivo, da ogni pregiudizio vitalistico, da ogni attaccamento al quotidiano meterorismo delle cose interiori ed esteriori, un uomo trova nel cimitero l’ideale di una sana allegria, di una felicità modesta e tuttavia priva di condizionamenti. Se lo si considera prosaicamente come un luogo, non c’è davvero alcun motivo per avere allegria in un cimitero, se, viceversa, lo si sperimenta poeticamente come un abisso, allora ecco che esso si rivela come la sostanza stessa dell’allegria. Non a caso nessuna allegria è tanto perfetta quanto cimiteriale come quella degli angeli di pietra. Per questo fui un tempo The Quaker Graveyard in Nantucket.

Didimo Chierico, uomo per arte, ecclesiastico per economia

DEONTOLOGIA

Tutto ciò che è morale è razionale e tutto ciò che è razionale è morale.

Lucrezia Swollenfeet, ricca modella annoiata e poetessa a tempo-verso: vagamente lesbo-chic, vive in una villa sulle colline senesi

PREGHIERA MORTALE DI MEDUSA

Avrebbe voluto trovare
parole ai pilastri del cielo,
là dove gravi falle
dell’anima mostrano il velo
rimasto incustodito.
Aveva fierezza bastante
per incantare di catene il tempo;
intarsio era il suo viso fiero
ed indicava il mento settentrione.

Battistino Barometro, violinista gravemente depresso e pluridivorziato

OH, ANIMA MIA IN CUOR SUO!

C’è chi mi dice che non valgo niente,
che sono un gran poetastro secondario:
io gli rispondo grazie, mi hai promosso
perché mi ritenevo quaternario!

Non sono un letterato, amici cari,
ma solo un violinista divorziato,
e non mi sono mai preso sul serio
nemmeno in manicomio, da malato.

Agli illustri sapienti,
ai bravi scopatori lenti,
ai deficienti ed agli intelligenti,
ai miei terribili parenti,
alle penne roventi,
ai lombrichi coerenti,
ai fuochi fatui spenti,
agli splendidi perdenti,
agli illusi vincenti

io faccio una carezza:
per tutti ho tenerezza
e una sola, minima certezza,

che tutto vale poco,
che invidio dei bambini il gioco.

Andrea Rossetti, primus inter pares

Scrive con-testi teatrali - le “letture di scena” - e sostiene che per l’attore la lettura, cioè la negazione della memoria (della sua, prima di tutto), è un atto di rivolta nei confronti dell’anima che notoriamente è supposta ma si prende per via orale. Inoltre la memorizzazione è tecnica e la tecnica è ignoranza tracotante e dissimulata. Rifiuta il concetto di “replica” perchè il teatro è sempre evento unico, si dà una volta per tutte e non c’è storia che tenga: i cataloghi storiografici e la vanvera della criticaglia si addicono alla grammaturgia che resta mentre il teatro - quello dell’attore - è ciò che non si sa come dire e se ne va. La permanenza è il feticismo narcisista dell’esserci che, come dimostrò il professor Heidegger, può al massimo interrogarsi sull’essere senza ottenere risposta. Ama Carmelo Bene al quale rimprovera soltanto la passione per la fenomenologia e il nichilismo barocco dell’attore-personaggio. Egli, al contrario, sul versante impossibile (ma poeticamente praticabile) dell’ontologia, persegue l’idea matematica (non per nulla Kant pose la matematica nell’Estetica trascendentale) di un attore-persona, cioè maschera, che invece di apparire sparisce alla Madonna. Ha frequenti colloqui mistici con l’Innato, che è senza origine e al tempo stesso originario.

1. Noi non vogliamo cantare nulla e in nessuna forma, perché nulla che abbia una forma è cantabile, perché ogni uomo è ontologicamente stonato come una campana: coi sentimenti nobili si abortisce ciò che è sano, coi crimini efferati si partoriscono deformità.
2. Un’arte veramente distruttiva è solo quella che non costruisce niente.
3. Se l’amore è dalla parte delle vittime, l’odio è dalla parte dei carnefici: a questa viziosa solidarietà, alla sindrome di Stoccolma che fonda la storia, noi rispondiamo con la cronaca infondata delle nostre eroiche masturbazioni.
4. Noi affermiamo che la bellezza per essere tale non può essere anche autentica e che essa può essere colta solo da menti adeguatamente malate.
5. Noi inneggiamo a tutto ciò che sparisce: alla monaca claustrale e all’ergastolano.
6. Bisogna dedicarsi alla dissoluzione del corpo, della presenza, perché il pudore legittima la depravazione e viceversa. L’antitesi produce significati e i significati giustificano il potere.
7. Non vi è nulla di magnifico nelle voglie: ogni azione della volontà, indipendentemente dai suoi contenuti, che ne costituiscono solo l’estetica provinciale, produce in sostanza un’inezia consolatoria a uso e consumo dei tanti uggiosi beghinaggi del vizio e della virtù.
8. Noi vogliamo glorificare ogni atto che non diventa un’azione.
9. Noi rinneghiamo il sociale, lo stato, la solidarietà pubblica, il lavoro e invitiamo tutti i turisti dell’esistente a togliere di mezzo il cattivo teatro delle loro ipocrite rappresentazioni in vita.
10. Noi siamo indifferenti a ogni finta gioia interiore provocata dall’osservanza o dalla trasgressione dei precetti.
11. Sono tutte meritevoli di disgusto quelle creature che nutrono aspirazioni temporali e fiducia nella forza della volontà, che poi tali creature siano candide o sudice è un problema vero soltanto per le lavandaie.
12. Noi non perseguiamo ideali o nozioni di bellezza: la bellezza, se c’è, è insondabile, quindi estranea ai cataloghi, realistici o idealistici, compilati in bella calligrafia per i molti estetismi delle  eleganti blatte della storia.
13. Fuori dal teatro noi aborriamo indistintamente i volti, i corpi, le movenze, le estetiche, il gusto, le posture, gli olezzi, le voci.
14. Per noi reale e irreale costituiscono il Giano bifronte dell’unico avanspettacolo metafisico, e parimenti lo splendore e la miseria sono, come intese Honoré de Balzac, attributi consoni solo alle  cortigiane. Noi non siamo e non andiamo da nessuna parte, siamo matematica teatrale, astratti e concreti come forme modulari, enormemente simmetrici in virtù dello spazio iperbolico nel quale esistiamo.
15. Per noi l’ossimoro è figura della Verità: ciò che essa è, però, interpella soltanto la nostra autodistruzione.
 

*dissentendo da Isabella Santacroce